Cresciuti con la paura di avere coraggio

La paura di avere coraggio è forse il prezzo maggiore che la generazione dei 30-40enni è oggi costretta a pagare in Italia più che in altri Paesi “Occidentali”. E’ questa la condizione che probabilmente ha accompagnato molti di questi giovani nel proprio percorso di studi, nelle prime esperienze lavorative e successivamente nella corsa affannosa al raggiungimento di un’ipotetica stabilità professionale, e quindi economica. Tutto ciò, il più delle volte, si è tradotto in una maratona infinita, iniziata molto spesso troppo presto e quasi sempre assai sacrificante, perché sostenuta senza minuti di recupero. E quasi sempre l’ansia di raggiungere il traguardo finale ha indotto anche i più talentuosi a scegliere il percorso meno rischioso, quello che in prospettiva avrebbe prefigurato maggiore certezza nell’arrivo, abbandonando così sin da subito l’idea di sperimentare quelle deviazioni più impervie che li avrebbero resi sì più virtuosi, ma con minori chance di successo finale.

E’ questa la generazione che si è fatta carico di un’eredità “pesante”, che è stata costretta a correre per sopravvivere, costi quel che costi, a cui è stato tolto il sapore del coraggio, perché troppo rischioso, al di là di qualsiasi ragionevole considerazione.

“Correre”, purché si “corra”, senza badare a come farlo.

E se poi sopraggiungesse come oggi un evento straordinario che sfugge al controllo di ciascuno ed ove quello che si credeva il percorso più sicuro per arrivare al traguardo finale, in realtà non offre più le stesse originarie garanzie di successo? Allora a nulla forse è valso “correre” in questo modo. Anzi è la dimostrazione che vivere in uno stato di certezza, o pseudo tale, deprime ed appiattisce le facoltà e le virtù umane, tra cui, prima fra tutte, il coraggio.

Senza l’audacia di approfondire, di spingersi oltre, di seguire l’intuito personale, il mondo Occidentale sarebbe rimasto orfano delle più grandi scoperte scientifiche, delle libertà fondamentali, dei diritti civili, e delle invenzioni industriali che ne hanno invece contraddistinto l’evoluzione.

E così personaggi come Rita Levi Montalcini, Nazario Sauro e Guglielmo Marconi, apparentemente così distanti tra loro, sono in realtà accomunati da un medesimo fil rouge: l’aver corso la propria maratona “fuori dagli schemi” nella convinzione di portare avanti, con determinazione e noncuranza per le difficoltà che avrebbero incontrato, un’azione o ideale che ritenevano giusti. Giusti per sé stessi, certamente, ma più di ogni altra cosa, giusti per il benessere ed il progresso della collettività. Ed è questo il tassello ulteriore che ha reso eccezionali le opere di questi uomini. E’ l’insegnamento che non deve andare perduto. Il coraggio non fine a sé stesso, ma inteso come “strumento” finalizzato alla crescita personale e collettiva, declinabile in ogni scelta della vita quotidiana, e capace di alimentare in ciascuno di noi l’attenzione a come si “corre”, e non a quella di “correre” e basta. Ed ora che nessun percorso appare sicuro come qualche tempo fa, sarà bene cogliere quest’insegnamento e non nascondersi dietro la facile retorica per cui “il coraggio è un lusso che non possiamo permetterci”: anche i citati personaggi hanno infatti operato in condizioni economico-sociali tutt’altro che vantaggiose.

Tags: ,
Emanuele Tito
Segretario del Centro Studi Occidentali