La task force made in U.S.A. e quella produzione di pensiero che manca all’Italia

Anche gli Stati Uniti d’America hanno la loro task force per la Fase 2. Il Great American Economic Revival Industry Groups, questo il nome scelto dalla Casa Bianca per la squadra di super consiglieri è stato annunciato in pompa magna dallo stesso presidente Trump che, con una nota ufficiale, ha precisato che questi gruppi bipartisan di leader americani lavoreranno insieme alla Casa Bianca per tracciare il percorso verso un futuro di ineguagliabile prosperità americana. La salute e la ricchezza dell’America sono l’obiettivo primario e questi gruppi aiuteranno gli U.S.A. ad uscire fuori dalla crisi da Covid-19 come una nazione più indipendente, autosufficiente e resiliente.

A leggere il lungo elenco, in effetti, viene la pelle d’oca: sono rappresentati tutti i settori economici ai massimi livelli. Tra gli altri ci sono Jamie Dimon (JpMorgan), David Solomon (Goldman Sachs), Stephen Schwarzman (Blackstone), Tim Cook (Apple), Sundai Pichar (Google), Satya Nadella (Microsoft), Mark Zuckerberg (Facebook), Larry Culp (Ge) Elon Musk (Tesla), Mick Manley (Fca), Jeff Bezos (Amazon), Stefano Pessina (Walgreens), Chris Kempczinski (McDonald’s), James Quincey (CocaCola), Marillyn Hewso (Lockheed Martin) e tanti altri rappresentanti delle più grandi ed influenti compagnie americane. 

Non è il caso di operare confronti con la task force nostrana, certamente degna per i nomi di qualità che raccoglie, ma decisamente debole sul piano della percezione pubblica e, forse, anche su quello dell’operatività, che sembra messa a dura prova già in partenza da alcune ambiguità su attribuzioni e responsabilità sollevate nell’ambito del confronto politico –  tutt’altro che sereno –  di questi giorni.

Ciò che è importante rilevare, invece, è la presenza del gruppo “Thought Leaders/Groups” che si unisce ai team di settore più incentrati su competenze di natura economico-finanziaria e soprattutto industriale.

Questo gruppo di “leader di pensiero”, trasversale ed eterogeneo, raccoglie esperti e personalità autorevoli del mondo della cultura, del costume e della filantropia nonché ex diplomatici e politici con ruoli di vertice nell’amministrazione americana.

L’inclusione di nomi come Kay C. James, presidente della Heritage Foundation, Condoleezza Rice, prima donna afroamericana Segretario di Stato o la filantropa Catherine Reynolds, è un segnale che prescinde da valutazioni di merito sull’operato dell’amministrazione Trump: una nazione che vuole mettere in campo tutta la propria forza espressiva in un momento drammatico della sua storia non può fare a meno di coinvolgere donne e uomini e di pensiero e di visione, oltre che grandi manager e colossi dell’industria e della finanza.

Ecco, forse è proprio quello che manca all’Italia di questi anni, paese sofferente e straordinario dove non spiccano veri centri di pensiero e di produzione culturale, indipendenti e costruttivi, fucine di personalità forti e visionarie e dove, per esclusione, le opinioni sui temi più delicati e strategici vengono raccolte tra giornalisti e conduttori televisivi, quando va bene, e tra influencer e “trash leaders” quando proprio non gira.

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Vincenzo Coppola
Presidente del Centro Studi Occidentali