La mia vita nella 6.57 crew

Inghilterra, inizio anni 60,  il fenomeno degli Hooligan inizia a diffondersi in tutta l’isola. Persone violente, indisciplinate, ribelli e talvolta volgari incominciano a infestare gli stadi di tutta Europa creando così un problema che terrà impegnata la politica e l’opinione pubblica per decenni. Una reazione sociale tutta occidentale che intendiamo rivivere e descrivere attraverso gli occhi di un tifoso immaginario che racconta la storia degli hooligans di Portsmouth, la famosa 6.57 crew. Chi sono queste persone? Chi si nasconde dietro la figura dell’hooligan? Erano solo dei violenti anche fuori dalla logica del branco? L’articolo di Luca D’Alessandro ci deve far riflettere sulla condizione esistenziale della working class britannica, su cosa fossero le subculture giovanili e i motivi della loro rapida diffusione. Questo contributo vuole essere un modo diverso per pensare a quelle classi sociali che subirono gli effetti delle varie evoluzioni industriali, perché abbandonate dalla politica talvolta incapace di prevederne le conseguenze. Senza voler scomodare Marx, il capitalismo ha sempre una seconda faccia e la politica deve sempre pensare ai più deboli perché dentro ognuno di noi si può nascondere un membro della 6.57 crew!

Ringraziamo la pagina Facebook “Storie di Premier” per averci autorizzato a pubblicare l’articolo nella sua versione integrale. Buona lettura!

La mia vita nella 6.57 crew

Voi che vi riempite tanto la bocca della parola hooligans, voi che vi sorprendete della nostra violenza, voi che dite che siamo una piccolo gruppo di scapestrati e non veri tifosi Pompey.. Ma avete mai vissuto quel che abbiamo vissuto noi? Siete mai stati nelle nostre condizioni? Oppure parlate dai vostri posti di lavoro sicuri, dai vostri grassi stipendi e non avete mai avuto un problema in vita vostra? Allora ve lo racconto io quello che vuol dire essere uno di noi, vivere come uno della famigerata 6.57 crew.

Innanzitutto dovete nascere nelle nostre case popolari. Venite a Paulsgrave, a Leigh Park, oppure in quei quartieri nel centro ricostruiti di merda dopo la guerra. Palazzi su palazzi alti, tetri, prigioni grigie dove lo stato ha infilato alla rinfusa tutti i poveracci di cui non sapeva più cosa farne. Gente che ha perso il lavoro perché questa città si è sempre basata sulla Marina e sul porto, e con i militari che stanno sempre più riducendo i posti disponibili non trova un cazzo da fare.

In che condizione immaginate viva la gente senza lavoro, senza speranza di uscire da questo posto maledetto, senza un modo per sfamare i propri figli? Pensate sia colpa nostra? Che siamo sfaticati, che non si ha voglia di lavorare, che siamo tutti stupidi cialtroni? Che magari ci meritiamo di vivere così? Oppure, magari, c’è più di un briciolo di colpa in questa società che dimentica le sue parti più deboli e arricchisce sempre di più voi che state lì ad ammassare potere e denaro?

Ecco ora pensate a come possono crescere dei ragazzi qua. Dite che i giovani sono il futuro dell’Inghilterra, eppure qui non abbiamo nulla per costruire le fondamenta del nostro futuro. La scuola non riesce ad aiutarci, siamo in tanti da contesti troppo sbagliati perché un professore possa pensare di cambiare la nostra vita. Qualcuno ci prova ancora, e magari una volta su cento ce la fa, ma la maggior parte di loro sa in che ambiente si trova e si limita a fare il suo dovere.

Quando pezzi così importanti di una società sono dimenticati totalmente dallo Stato cosa pensate possa succedere? Chiaramente c’è il bisogno di sentirsi parte di un gruppo, di un insieme di persone con cui condividere un parte della nostra vita. C’è il bisogno di trovare qualcosa che ci faccia scordare della nostra situazione di merda e ci porti a un punto più alto della nostra vita. Così entriamo presto in quelle che voi chiamate subculture, ma che per noi sono seconde famiglie. Hard mod prima, skinhead poi, non è solo un modo di vestire o di tagliarci i capelli, è una via di ribellione della working class e un modo per dire a tutti voi dove potete mettervi le vostre idee e i vostri giudizi.

Se c’è una cosa che unifica tutta Portsmouth sotto un solo vessillo questo è il calcio. Dal lavoratore del porto trentenne al ragazzino con i primi peli sul viso, alla nonna che ancora scotenna il maiale come si faceva cento anni fa, in questa città di poveri diavoli non si può far altro che tifare Pompey. Non aspettatevi di poter capire cosa voglia dire, se non ci siete nati. Qui non esiste un fan club del Manchester United, non è concepibile che un figlio si innamori di una squadra di Londra. Qua a Portsmouth esiste un solo credo.

Ed ecco che allora mescoliamo tutto. Iniziamo a raderci i capelli mentre ci tatuiamo PFC sul petto. Fratton Park ci dà un’energia che non potete immaginare. Gli spalti di legno che rimbombano al nostro comando, la vicinanza al campo che sembra sia pronto per esser preso. Iniziamo da giovani a venire allo stadio, 8 o 10 anni. Dopo poco passiamo a unirci a qualche gruppetto che segue la squadra, un insieme di ragazzetti senza pretese e qualche ventenne o trentenne che ha perso da poco il lavoro al porto. Non sappiamo ancora cosa voglia dire il tifo organizzato. Ma siamo di Portsmouth, abbiamo la guerra nel sangue. Così quando nel ’66 arrivano quelli del Manchester City che pensano di fare come a casa loro, li cacciamo a calci in culo dal nostro stadio senza bisogno di prepararci troppo. Fianco a fianco, fratelli di quartiere e di città, non ci intimoriscono quattro Citizens.

Poi quell’anno arrivò per la prima volta una mob seria. Quella del Millwall. Noi eravamo disorganizzati, naive nel nostro modo di approcciare questi scontri. Loro già ne sapevano molto di più. Ci hanno cacciati da Fratton Park. Quando hanno malmenato Ginger e quasi affogato in una vasca di pesci, abbiamo capito che quel giorno non avremmo potuto far nulla. Ma gliel’avremmo fatta pagare a quelli là. Son sempre stati quelli che abbiamo più cercato, con cui ci siamo scornati più volte. E va detto, li rispettiamo. Loro non si sono tirati indietro, mai. Come noi di Portsmouth.

La scoppola che ci hanno dato quelli del Millwall ci ha fatto capire che dovevamo avere un minimo di organizzazione. Mica un’unica grande crew, non fregava nulla a nessuno di quello. Ci basta riunirci nei nostri pub di quartiere, l’Air Balloon e il Robert Peel di solito quelli più caricati, e ci si dà un appuntamento. Una o due ore prima della partita, ci troviamo in un pub della città in cui andremo a far casino. Sì perché d’ora in poi saremo noi a imporre la nostra presenza nel resto d’Inghilterra, non il contrario. Qui diventa una questione di rispetto oltre che di appartenenza. Quel rispetto che nessuno ci vuole dare, che lo Stato non ci riconosce, la dignità di una vita normale che non riusciamo a ottenere. Questo vogliamo, e questo ci prendiamo. E l’unico modo che abbiamo per ottenerli è invadere le altre città, farci sentire da tutti e combattere i nostri avversari.

In trasferta andiamo di solito in treno, e ci vorranno anni prima che i coppers inizino a identificarci. Andiamo alla stazione a prendere il treno delle 6.57 per Waterloo Station, di solito in bianco dopo una notte di sbronze al pub. Una volta a Londra, in un paio d’ore possiamo arrivare in tutta l’Inghilterra. Sono gli inizi degli anni ’70, e iniziamo a viaggiare per tutta l’isola. Rotherham, Hull. Una trasferta di coppa a White Hart Lane. A Blackpool ci guadagniamo per la prima volta l’attenzione dei giornali e delle TV. Non ce ne frega nulla che parlino di noi, ma vuol dire che stiamo dando fastidio. E questo ci piace assai.

Il momento della svolta però arriva quando andiamo a Blackburn. Gli stronzi dei Rovers ci provano a tirare fuori dallo stadio. Una volta, due volte. Provano ad approfittare del fatto che la carrozza con la maggior parte dei nostri è stata fermata, ma teniamo il posto mentre i rinforzi tardano. Nell’intervallo arrivano tutti i Pompeys, ma anche loro crescono di numero. Provano un’ultima volta, con lame e fiale piene d’ammoniaca. Non ce la fanno. Siamo diventati veramente duri. Abbiamo guadagnato il rispetto delle crew più forti, e ora incutiamo timore a tutti gli altri.

Nel ’73 ormai abbiamo già un nome forte. Non siamo ancora la 6.57 crew, ma siamo comunque temuti. Viaggiamo non solo per vedere la partita dei Pompeys, andiamo in trasferta per mantenere alto il rispetto nei nostri confronti. In quell’anno nasce la rivalità col Cardiff. Siamo arrivati in più di 600 in Galles per farci valere. Da quel momento saremo sempre contro, quelle rare volte che li incrociamo. Nel ’76 invece arriva a Fratton Park una delle nostre prede preferite. Quei bastardi degli scummers. I fifoni del Southampton. Quanto si vantano di esser migliori, quante botte invece si son sempre presi. Non li incontravamo da un po’ in campionato. Quando Channon ha segnato per loro siamo partiti in carica. Le terraces sono diventate un campo di battaglia infernale. Gliele abbiamo suonate forte.

Da qui in poi non abbiamo più avuto limiti. Abbiamo conquistato Plymouth per tre anni di fila. A Reading abbiamo quasi fatto fuori uno di loro dopo che hanno segnato il secondo gol e si è invaso il campo. Pure dalle parti di Swindon abbiamo messo la nostra firma. Ma quelli con cui ci siam scontrati di più son rimasti quelli del Millwall. Noi andavamo a cercare loro, e loro venivano a trovare noi. Li abbiamo presi di sorpresa quando sono venuti a giocare a Fratton Park un match di FA Cup perchè il Den era indisponibile, così come qualche mese dopo mentre erano in trasferta a Southampton. La prima partita contro l’abbiamo avuta nel 1980. Per la prima volta siamo andati noi al Den. Capite, era la prova più grande. Dopo l’ICF questi erano i più organizzati, i più cattivi di tutti. Noi volevamo essere al loro pari. Non si aspettavano che saremmo andati nel loro stadio a imporre la nostra presenza, manco ci hanno provato a fermarci.

Così il ritorno in casa nostra sapevamo sarebbe stato un gioco al massacro. Noi eravamo pronti, loro pure. La città e la polizia meno. Hanno iniziato appena scesi dal treno, prendendosela con dei ragazzini in centro prima di andare a bere. Poi, appena iniziato il secondo tempo, hanno invaso il campo da gioco. Partita fermata, squadre che scappano, e i coppers che lanciano il cappello per aria mentre cercano di fermarci. Uno scenario di guerra. Un primordiale tentativo di stabilire chi di noi fosse più forte. Ma noi della 6.57, e ormai sì veniamo identificati con quel tag, non abbiamo mai mollato il colpo. E quindi ecco che loro portano la loro rabbia fuori dallo stadio, spaccando vetrine e lanciando mattoni nei vetri delle macchine.

Negli anni ottanta gli scontri si iniziano a spostare sempre di più dallo stadio alle stazioni. Anche noi abbiamo iniziato a cambiare, a quanto pare siamo diventati casual. In quel periodo tutti i tifosi di Portsmouth vengono identificati con i 6.57, ma in realtà siamo sempre divisi in crew più piccole inizialmente. Una volta fuori Portsea però ci uniamo, e soprattutto a Londra affrontiamo tutti i nostri avversari a viso aperto. Se fossimo riusciti a unire tutte le piccole mob sotto la bandiera unica dei 6.57 saremmo stati senza dubbio la crew più grande d’Inghilterra. Continuiamo a prendere il primo treno per Waterloo Station per andare in trasferta, e ormai tutti i nostri nemici lo sanno. Quelli del Chelsea che ci beccano un paio di volte, abbiamo incontrato di nuovo i nostri rivali gallesi, e soprattutto quei bastardi del Millwall. La loro fermata è a quindici minuti a piedi da Waterloo, così passano sempre poche settimane tra un raid e l’altro. Ce le diamo di santa ragione, in stazione come nei vicoli a lato.

Nel 1984 in FA Cup abbiamo trovato di nuovo il Southampton. È da otto anni che non giochiamo contro, e non esiste che lasciamo Fratton Park in mano agli scummers. La polizia ormai pensa di riuscire a tenerci sotto controllo, con gli spotters mischiati tra i nostri ranghi e centinaia di coppers a contenere le fila. Non capiscono nulla neanche loro. Leggete i giornali del giorno dopo, titolano “una città che si lecca le ferite”. Li abbiamo bastonati ovunque, son volati via mattoni e pietre dalle strade. Forse è da quel giorno che il proprietario della squadra ha deciso di darci visibilmente contro. Ha iniziato a installare telecamere a circuito chiuso sugli spalti per identificarci, e il bastardo dà i video alla polizia così entro poche ore dalla partita ci arrestano.

Ma nulla può quel ricco infame quando andiamo in trasferta. Abbiamo continuato a beccarci con le crew di Londra, e anche alle volte con gli Zulus di Birmingham. Iniziamo a sentire che il vento sta cambiando, ma non capiamo ancora quanto. Il 1987 penso sia l’anno in cui perdiamo quasi tutto. Giuro che non volevamo attaccare quel pub a Derby perché volevamo picchiare degli africani. Non lo sapevamo. Ci hanno detto che si sono barricati in quel posto una sessantina della loro crew insignificante e volevamo ricordargli chi sono quelli della 6.57. Ci siamo accorti che c’erano solo ragazzini neri quando già abbiamo iniziato l’attacco. Giustamente questi hanno reagito e ci hanno iniziato a inseguire per tutta la città. Pensate poi che qualche giorno prima uno di colore di Wolverhampton era stato ucciso in custodia dei poliziotti, quindi immaginate quanto sono incazzati in quel momento quando ci mettiamo anche noi a menare le mani.

Stavolta siamo finiti in TV nazionale, e per molto tempo. A quanto pare la carta razziale è quella giusta per smuovere le alte cariche di questo dannato paese. Eppure ve lo ripeto, non c’entrava nulla il colore della pelle. Non ci interessa. Non ce l’abbiamo con loro, anche se ogni tanto qualcuno di noi inneggia al National Front. Noi di base siamo nazionalisti, non razzisti. Siamo un fottuto porto militare, veramente pensate che possiamo non essere più vicini alla destra? Ma alla fine di politica e di razza non ce ne frega nulla. Noi vorremmo solo condizioni migliori, un lavoro e una vita dignitosa. E siccome non ce le volete dare queste cose, allora troviamo un modo per esprimere la nostra spinta vitale in qualcosa di forte e tumultuoso, come è la nostra maledetta città.

Pensavate che fare di noi uno scandalo nazionale ci avrebbe fermato, così ci siamo candidati alle elezioni a Portsmouth. Povero Docker, proprio non riesce a recitare bene il ruolo di candidato al parlamento. Sentitelo il suo discorso di ringraziamento dopo aver preso 250 voti. Chi gli avrebbe mai creduto. Ma vi abbiamo fatto vedere, ancora una volta, che non capite proprio nulla di noi. Così, visto che la legge non bastava per tenerci chiusi nelle gabbie, la polizia non riusciva a tenerci, e le frustate dei media non ci toccavano di striscio, avete deciso di uccidere tutto il tifo dando via libera sulle strade a un male terribile. Non avete voluto stroncare sul nascere l’utilizzo delle droghe pesanti. Avete lasciato nascere la scena acid house, quella dei rave. Sono passati pochi anni e più della metà di Portsmouth si fa d’eroina. Carovane di macchine partono dall’isola per andare ai rave di Londra. Quelli che non si sono persi dietro la droga non vanno comunque più allo stadio, perché tanto non ha più un senso. Certo, ogni tanto un po’ di casino lo facciamo ancora, ma solo per la casualità di un derby o di una giornata in cui gli spacciatori hanno le tasche troppo piene e non escono a distribuire morte e oblio per le strade.

Bravi tutti. Siete riusciti a zittire l’ennesimo grido di aiuto da parte di una parte della società che uscirà sempre perdente dalle vostre manovre del cazzo. E per vincere avete ceduto a un male ben più grande e subdolo, che però non spacca le vetrine dei vostri preziosi negozi e non picchia e mena nelle vostre amate cittadine. Complimenti. Finalmente ce l’avete fatta a uccidere la 6.57 crew.

Tags: ,
Avatar
dalla pagina Facebook "Storie di Premier"