Simbolo, uomo e società: una riflessione sul dualismo tra “chiuso” e “aperto”

Ogni affermazione che noi pronunciamo implica l’affermazione contraria; tutti i nostri sentimenti sono confusi con i loro contrari. Siccome siamo creature siamo contraddizione; perché siamo Dio e, al tempo stesso, infinitamente altro da Dio.

Simone Wail

Mi piace inaugurare con questa frase, non tanto perché è azzeccata, ma perché è stata scritta dalla saggista francese Simone Wail, anarchica ortodossa, alfiere del disordine e della rivoluzione. Il fatto che abbia pensato una cosa simile mi ha confortato: una riflessione a mente aperta può giungere persino dall’essere umano che si è fatto schiavo della propria ideologia. È la umanizzazione del conflitto, del dualismo che andiamo ad analizzare: chiuso – aperto.

Si potrebbe fare un po’ di catechismo sui concetti già analizzati nella filosofia e nella scienza, sulla progressività, sui limiti dell’apertura. Si potrebbe parlare dell’attitudine umana contemporanea, del rapporto tra uomo e tecnologia, e di quanto la chiusura controllata non sia poi una grande tragedia, se si parla di difendere la salute pubblica. Si potrebbe discutere di religione, dei perimetri definiti del pensiero e dello spirito universale invece aperto, infinito, sconfinato.

Ho pensato di scrivere tutte queste cose, ma poi ho capito che sarebbe stato un esercizio manieristico, scontato ed improduttivo, la comodità della riflessione senza mettere in campo lo sforzo che ciascun Uomo deve a se stesso. Dunque ho concluso che non ha molto senso parlare di Simboli, di Uomo e di Società separatamente, ma bisogna integrarli in una sola riflessione, possibilmente attraverso un’unica suggestione.

Ci sono i simboli che vivono nell’immaginario collettivo reggendosi sulle informazioni d’attualità, ad esempio: esiste qualcosa più chiuso di una prigione? Nella sua opera più celebre, appunto Le mie prigioni, Silvio Pellico racconta: “Fatta la consegna, Maroncelli ed io fummo condotti in un corridoio sotterraneo, dove ci s’apersero due tenebrose stanze non contigue. Ciascuno di noi fu chiuso nel suo covile”.

Ed i luoghi di culto? I templi, le sinagoghe, le chiese, tutti i templi sono luogo di apertura, fisica e spirituale. Sono aree aperte a tutti quelli che tra quelle mura cercano qualcosa, sono i luoghi in cui si esercita la solidarietà, la fraternità, dove si vive la trascendenza. Gli imperiosi colonnati dell’architettura classica reggevano solennemente una evidente apertura.

E dunque l’Uomo, l’Uomo che coltiva l’egoismo, l’avidità, la cieca ambizione, l’ideologia inconfutabile, la certezze incrollabili, il credo intoccabile, l’uomo che persegue le disuguaglianze e demolisce la fratellanza non sta facendo altro che annientare la propria libertà, non sta facendo altro che chiudere dietro di se la porta sbarrata della propria, intima prigione.

Mentre l’Uomo probo, quello degno di considerazione, l’Uomo di buoni costumi, attivo nel mondo che lavora incessantemente al proprio miglioramento, l’Uomo che dubita delle proprie convinzioni, che guarda benevolmente al prossimo, l’Uomo che è capace di essere solidale senza aspettarsi nulla in cambio, l’Uomo che riesce a governare la propria esposizione al mondo si colloca in un meraviglioso, luminoso ed apertissimo tempio.

Infine la società, e qui mi lascio guidare dal pensiero del filosofo che ha dedicato tutta la vita a tracciare gli elementi distintivi tra la società chiusa e la società aperta, Karl Popper.  La società chiusa è tribale, sostanzialmente una unica entità semiorganica tenuta insieme da vincoli semibiologici: parentela, vita in comune, partecipazione comune alle gioie ed ai disagi, è una società piena di certezze e di tabù, che mortifica l’individuo e che fa degli uomini un insieme informe, più simile ad un gregge che ad un gruppo di persone. Erge i vizi a consuetudine e sacralizza le prigioni.

La società aperta si fonda sulla tolleranza verso il diverso da se, è appunto aperta a più valori, a più visioni del mondo religiose e politiche, a più idee di sviluppo, magari contrastanti, ma che convivono democraticamente grazie ad uomini virtuosi. Uomini che hanno imparato ad assumere un atteggiamento in qualche misura critico nei confronti dei tabù e a basare le proprie decisioni solo sull’autorità dell’intelligenza, vero e unico tempio sacro.

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Vincenzo Coppola
Presidente del Centro Studi Occidentali