L’ingranaggio del potere e tutti i dubbi sulla tecnocrazia

Una recensione del nuovo libro di Lorenzo Castellani, professore di Storia delle istituzioni politiche alla Luiss Guido Carli di Roma

Quando hai il privilegio di conoscere personalmente l’autore di un libro allora la lettura ti sembrerà una piacevole conversazione con un amico. È stato così per me quando ho letto tutto d’un fiato “L’ingranaggio del potere” di Lorenzo Castellani pubblicato da Liberilibri, un lavoro che, lo dico subito, considero esaltante per chi conserva una visione della politica nobile, pertanto non aristocratica.

Gli snodi storici che Castellani traccia con attenzione possono tradire un indirizzo che invece il testo non ha, anzi che a mio avviso nel suo complesso avversa.  Le grandi questioni aperte dall’opera toccano i punti nevralgici delle cosiddette democrazie liberali: rappresentanza, consenso, competenza, tecnica, politica. Tra queste si cercano i tentativi di equilibrio sperimentati nel corso dei secoli e si registrano gli squilibri progressivi che portano alle crisi contemporanee e che vedono – mi perdonerà Lorenzo se semplifico – una sorta di prevalere della tecnica sulla politica sino al punto di indurre le élites tecniche a far proprie potestà di tutela e di scelta non direttamente delegate per mezzo di processi democratici. In breve: la metamorfosi del tecnico in tecnocrate.

Questo iniziale ragionamento può trarre in inganno il lettore al quale può essere trasferito un messaggio un po’ romantico, dove il buon tecnocrate, totalmente devoto al bene pubblico e all’amor patrio, svolge la sua azione di supplenza nel modo più razionale e disinteressato possibile.

Castellani articola al contrario una riflessione che provo ad arricchire con qualche considerazione personale e se vogliamo provocatoria. Mi chiedo: il tecnocrate non è forse un uomo, biologicamente composto esattamente come il politico, dunque mosso dai medesimi istinti, corruttibile e, complice una certa vanità individualistica, persino più sensibile alle lusinghe degli interessi di parte? Mi sentirei di dire: se vuoi orientarti sulla strada del potere segui il lobbista: in questo affascinante ed inafferrabile ambito d’azione è sempre più evidente l’orientamento opportunistico dei professionisti delle relazioni verso la sensibilizzazione degli uomini dei gabinetti, delle segreterie tecniche, delle magistrature varie e poi, in modo quasi residuale, superfluo e manieristico dei rappresentanti politici.

La tecnocrazia opera di buon grado sulle politiche, che necessariamente poggiano su pilastri tecnici e scientifici, le influenza e molto spesso le determina. È invece terrorizzata dalla politica che porta con se’ elementi morali, religiosi, talvolta persino trascendenti e che si manifesta tuttavia nelle scelte più importanti, ossia quelle che sfuggono al calcolo, alla proiezione, alla valutazione di impatto. Le scelte tra interessi sociali contrapposti, anche aspramente contrastanti, dove la possibile risoluzione è un compromesso che soggiace a sensibilità ancestrali più che a competenze certificate. Le scelte che prevedono una responsabilità gravosa: la responsabilità politica, appunto.

L’amico Castellani ha rappresentato bene l’intenzione persino onesta del tecnocrate, il quale desidera in qualche modo industrializzare il lavoro delle istituzioni politiche, codificandolo, sistematizzandolo, impartendo ordini di gestione certi, gerarchizzati e calcolati, perseguire l’efficienza.

Se proviamo ad immedesimarci nella personalità del tecnocrate medio, chiudendo gli occhi, potremmo immaginare il suono del suo sistema istituzionale ideale ed avvertire il picco di massima soddisfazione nella cadenza perfetta dei meccanismi, nel lavoro puntuale di ciascun ingranaggio: tic, tac, tic, tac. Tutto funziona alla perfezione! Una conclusione tanto perversa quanto illusoria. Questo ideale non prevede imprevisti reali, variazioni sul tema, e quindi non accetta conflitti che non rimangano esclusivamente potenziali.

La politica al contrario è qualcosa di molto più prossimo ad alcuni princìpi naturali non olistici, ha piena consapevolezza dei conflitti e degli urti che genera la società e l’Uomo politico ha in dote quella padronanza d’ascolto che mette insieme scienza e musica, che sa – per istinto più che per studio – che lo stesso suono è frutto di un vibrante contrasto d’aria e che lo scontro tra più suoni può essere inquadrato con sapienza in un’armonia. Ecco, il sistema istituzionale ideale del politico puro ha un ritmo più prossimo ad un brano di musica classica che ad una catena di montaggio.

Non è un caso se per esprimere il medesimo concetto il tecnocrate parlerebbe di “intesa” mentre il politico di “accordo”. Nel primo termine vi è una fermezza burocratica illusoria, nel secondo una musicalità gradevole ma fugace.  

Apoteosi e conferma di questo “vorrei ma non posso” sono i governi tecnici, fallimentare panacea che abbiamo recentemente conosciuto anche in Italia. In questi casi ai tecnocrati non è consentito semplicemente orientare le scelte, suggerire, indirizzare la mano altrui per aggiustare i conti, per riparare le storture insensate dell’agire politico, le irrazionalità di scelte apparentemente incomprensibili. In situazioni del genere è richiesto al tecnocrate un sacrificio in più, un atto di coraggio che potrebbe comportare conseguenze personali inattese, dure da reggere per chi non ha conosciuto prima quel brivido, una ulteriore metamorfosi: l’assunzione di un ruolo politico, benché non elettivo e dunque di matrice “aristocratica” direbbe Castellani, ma che prelude comunque alla nuova veste che da quel momento in poi adornerà ogni singola scelta del fu-tecnocrate, neo-politico: il campo di battaglia della società viva obbliga “l’ordine dei chierici” a dismettere la tonaca per indossare l’armatura.

Ho provato a rispettare la contestualizzazione del testo con il periodo pre-Covid, ma sono certo che avrò modo di discutere con Lorenzo Castellani delle nuove applicazioni delle teorie che ci ha presentato a questa fase inedita che stiamo vivendo dove assistiamo al primo, epocale scontro interno alla tecnocrazia moderna tra corrente economico-finanziaria e corrente medico-scientifica, tra le quali presumibilmente medierà, ancora una volta, la tanto vituperata politica.

Vincenzo Coppola
Presidente del Centro Studi Occidentali