Missione Cartabia: riformare la giustizia per modernizzare il Paese

Quanto costa il sistema giustizia al Paese?

Già a novembre 2020 l’Osservatorio per i Conti Pubblici italiani, basandosi sui dati della Commissione Europea sino all’ultimo biennio disponibile ovvero al 2018, stadiava l’Italia al penultimo posto per numero di processi su 100.000 abitanti.

Risultato? Una incidenza di circa 4.500 processi sul numero preso come riferimento.

Una enormità!

Oggi la situazione della giustizia italiana non sembra esser migliorata affatto; occorre aggiungere il disdicevole accadimento di diversi scandali che, in altri termini, danno la traduzione simultanea di una patologia sistemica.

Con il PNRR- Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza presentato dal Presidente Draghi si inizia ad intravvedere un barlume di speranza: tenuto conto delle premesse progettuali (ad esempio pag. 7 del Piano) non può che percepirsi uno spirito di forte interesse, quantomeno governativo, nel cambiare la marcia su tre direttrici di azione.

Si tratta di misure per le quali l’intervento politico è imprescindibile poiché occorre prendere davvero in mano la situazione senza più far spazio al cincischiamento.

Pubblica amministrazione, giustizia e semplificazione legislativa: queste le cornici entro cui l’azione politico-riformatrice dovrà cimentarsi considerando come unico obiettivo la famosa crescita del PIL a 3,6% entro il 2026 con un saldo d’occupazione a più 3%.

Si tratta di previsioni ovviamente; il tutto sempre se la politica farà dell’unità nazionale, a prescindere dalle diverse vedute di pensiero, il fronte a cui ispirarsi sino almeno (si spera) alla prossima legislatura.

Attenzione però che un conto sarà il cambio di legislatura, altro sarà slegarsi come Paese (riferimento doveroso alla classe politica) dall’obiettivo dettato dalla contingenza: utilizzare al meglio il Next Generation EU del Recovery Found.

A quest’ultimo ci sono da affiancare due sfide che non possiamo trascurare con la saccenza tipica del tradimento politico-generazionale: quella ambientale e quella riabilitativa al lavoro.

La prima sappiamo ormai tutti che non può essere dettata che da una sola chiave di lettura: abbattere i livelli d’inquinamento a tutti i costi.

La seconda, considerati i tempi e la drammatica incidenza della pandemia, si lega indissolubilmente alla prima.

Quante partite iva e lavoratori dipendenti del settore privato faranno i conti con la ripartenza? 

Ovviamente per ripartenza si intende quella vera e non certo quella a singhiozzo perimetrata dall’incertezza della dinamicità del virus e dalle campagne vaccinali da concludersi.

Un esempio su tutti da cui prendere spunto? Il rapporto delle imprese con la gestione fiscale.

Si faccia caso ai debiti tributari, al netto dei rinvii di riscossione, nati o mantenuti durante la vita pandemica del Paese.

Si pensi per un attimo all’IMU, alla Tari, ecc. od ai pagamenti di Irpef, Ires, Iva degli anni precedenti (specie per chi non ce l’ha fatta ad essere puntuale con le scadenze del passato); per effetto dell’inesistente o scarsissima capacità contributiva sopraggiunta con l’avvento del coronavirus queste partite di “dare e avere” saranno destinate inevitabilmente a sofferenza sia per il contribuente che per lo Stato.

Quanti di questi debiti fiscali hanno ingenerato, sino ad oggi, contenzioso od abbandono per impossibilità del cittadino a far fronte alle spese di giustizia (se trattasi di soggetti non rientranti nella disciplina di patrocino a carico dello Stato) o perché alcuni hanno dovuto scegliere se fare la spesa (quella materialmente destinata alla sopravvivenza od al mantenimento aziendale corrente).

Qui solo alcuni elementi presi in considerazione, ma la fetta di cittadini indigenti è allargatissima. Lo si vedrà meglio a metà 2021 allorquando si potranno registrare i primi dati basati sull’anno d’imposta 2020 (date le prossime dichiarazioni dei redditi).

È lì che emergerà quanta sofferenza reale c’è con numeri alla mano.

Chi non ha sviluppato capacità contributiva quanto si è privato delle chance di difesa contro lo Stato o contro altri privati più dotati?

Ripristinare la parità di chance: su questi gangli si dovrà affrontare la sfida delle sfide di un progetto di riforma che parte da fondi mai percepiti dal sistema europeo.

Marta Cartabia, Min. della Giustizia, sa bene quanto lavoro ci sarà da fare soprattutto in termini di persuasione delle componenti politiche meno sensibili al bilanciamento delle cose (diritti e doveri in primis); forze politiche, quest’ultime, che magari hanno alimentato sé stessi con incarognimento giustizialista piuttosto che di statismo garantista.

Nel PNRR (pag. 68 – punto 1.2.7) un dato su tutti fa comprendere quanto drammatica sia la situazione giudiziaria specie nel campo tributario: la Corte di Cassazione ha registrato pendenze per circa 50.000 processi.

Ciò significa che essendoci circa 5 milioni di partite iva nel Paese il risultato è sconvolgente: 100 contenziosi per contribuente già solo per quanto attiene ai dati della Cassazione.

Come può pensarsi a sviluppare un’impresa ed a proiettarsi nel futuro con unna media di 100 contenziosi sulle spalle?

Possiamo ben intuire che i dati dovrebbero esser molto più elevati considerato che in molti rinunciano al ricorso di massimo grado per impossibilità ad accettare il rischio dell’esito, a fronteggiare i costi, a subire lungaggini di giustizia che lasciano la mente dell’impresa (specie se medio-piccola) nello sconforto costante.

Che se ne fa una persona dell’esito di giustizia dopo oltre un decennio quando magari è fallito o ha consumato buona parte della propria vita lavorativa con il groppone dell’incertezza dentro l’animo senza poter pensare ad ulteriori investimenti per creare sviluppo e occupazione? 

Non solo: le partite Iva (come riporta Italia Oggi del 3 gennaio scorso) subiscono ogni anno 100 controlli da 15 diversi enti. Un controllo ogni tre giorni. Per non dimenticare che il 25% delle stesse partite iva vive sotto la soglia di povertà.

Ecco perché è chiaro che per invertire il paradigma di un rapporto del tutto impari occorre intervenire proprio sui tre settori indicati nel PNRR con cognizione di causa (e non vuol essere una battuta): pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione legislativa.

Il “lavoro”, inteso nella macro dimensione e diversamente parlando, rischia di schiantarsi e non rialzarsi. 

Tutto ciò non può che portarci davanti ad un bivio come sistema Paese (in attesa di sapere che tipo di riforma organica si partorirà grazie ai fondi del Nex Generation Ue): riabilitare al lavoro o no?

Per questo in Cartabia, eccellenza del mondo giuridico, possiamo per ora solo dire: We trust!

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Avvocato