Il caso Shell: la giustizia al servizio dell’ambiente

Se per lungo tempo la tutela dell’ambiente ha faticato a farsi strada come interesse giuridicamente tutelato, oggi essa, al contrario, è assolutamente centrale, tanto che il proliferare di casi di contenzioso climatico, conduce a riflettere su consolidate categorie giuridiche, a riconsiderare i rapporti tra i poteri dello Stato e a sensibilizzare sempre più incisivamente l’opinione pubblica, le imprese di ogni tipo e le grandi corporations.

Non solo ma gli Stati, le organizzazioni sovranazionali e quelle internazionali pongono attualmente la tutela dell’ambiente al centro della loro agenda politica. Per citare un solo esempio, l’Unione Europea, con il nuovo Green Deal, punta ad essere il «primo continente a impatto climatico zero».

I c.d. climate cases

La climate change litigation è definita «any piece of federal, state, tribal, or local administrative or judicial litigation in which the party filings or tribunal decisions directly and expressly raise an issue of fact or law regarding the substance or policy of climate change causes and impacts» (Markell, Ruhl).

La definizione è davvero ampia e da essa può comprendersi come i contorni della climate change litigation non siano del tutto chiari e definiti, ponendosi la stessa come un contenzioso essenzialmente “strategico”, volto il più delle volte a raggiungere l’obiettivo di sensibilizzare il legislatore, l’opinione pubblica e le imprese su tematiche ambientali.

Le azioni giurisdizionali sono proposte da grandi associazioni ambientaliste, insieme a (molto spesso, centinaia) di cittadini e giovani attivisti che, muovendo dalla leva dei diritti umani, riconosciuti dalle Costituzioni e dalle Carte sovranazionali e internazionali, tentano di far valere il diritto alla vita (in vario modo declinato), ottenendo, per mezzo di questo, una tutela ambientale indiretta.

È proprio su queste basi, ovvero la tutela del diritto alla vita e del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare (articoli 2 e 8 CEDU), insieme al duty of care dello Stato costituzionalmente stabilito nei confronti dei cittadini nonché alle obbligazioni espressamente stabilite dagli Accordi di Parigi (2015), che la Fondazione Urgenda, insieme a circa 900 cittadini, ha potuto promuovere ricorso con lo Stato Olandese, e vincerlo, colpevole di non aver promosso azioni sufficienti per la lotta al cambiamento climatico.

Successivamente, anche il Tribunale amministrativo di Parigi, nel c.d. Affaire du Siècle, su ricorso promosso da quattro ONG francesi (Oxam France, Greenpeace, Notre Affaire à Tous, FNH), ha riconosciuto la responsabilità dello Stato per la inazione nella gestione della crisi climatica, sottolineando il mancato rispetto degli obiettivi stabiliti dagli Accordi di Parigi. Il giudice amministrativo ha quindi accolto la domanda e condannato lo Stato a dare, a titolo di risarcimento, a ciascuna ONG, la cifra simbolica di un euro. Ciò che preme a queste organizzazioni, infatti, non è tanto un possibile “guadagno” ma il riconoscimento della responsabilità degli Stati e la condanna a intraprendere le azioni conseguenti.

A dimostrazione dell’importanza politica del tema, peraltro, il Congreso de los Diputados spagnolo ha approvato, l’8 aprile scorso, la Ley de Cambio Climático y Transición Energética, con l’obiettivo di «asegurar el cumplimiento, por parte de España, de los objetivos del Acuerdo de París».

Il caso Shell

Ancora una volta l’Olanda è in prima linea nella lotta al cambiamento climatico, essendo uno dei maggiori paesi europei per emissioni pro capite di gas a effetto serra.

Su ricorso di sette ONG e diciassettemila cittadini, il 26 maggio 2021, il Tribunale dell’Aja ha condannato una grande holding multinazionale come la Royal Dutch Shell (uno dei maggiori produttori e fornitori mondiali di combustibili fossili) ad agire concretamente nella lotta al cambiamento climatico, imponendole di ridurre le emissioni del gruppo, dei suoi fornitori e dei suoi clienti del 45% netto, rispetto ai livelli del 2019, entro la fine del 2030.

Si tratta della prima volta in Europa in cui viene condannata una grande holding multinazionale in relazione a obblighi assunti dagli Stati in sede internazionale. Dunque, per il giudice olandese, anche la Shell dovrà improntare la propria politica aziendale agli obiettivi stabiliti dagli Accordi di Parigi.

Con il caso Urgenda avevamo visto una Fondazione agire in giudizio al fine di ottenere che lo Stato mantenesse fede agli impegni assunti in ambito internazionale (è il problema della effettività del diritto internazionale, dove, a promesse formalmente assunte e rimesse alla volontà degli Stati, spesso non conseguono azioni concrete).

Il caso Shell può intendersi come il suo completamento strategico: a essere tenuti ad agire per la tutela dell’ambiente non sono solamente gli Stati ma, sulla base di un “unwritten duty of care”, anche i privati e le grandi compagnie multinazionali, anch’essi tenuti a promuovere norme e comportamenti ecologicamente virtuosi.

Sembra si sia compreso, infatti, che la tutela dell’ambiente non è risolvibile (solo) con la mera assunzione di impegni ma essa è e rimane il frutto della somma di comportamenti quotidiani, di ciascun individuo e, soprattutto, delle grandi multinazionali che, operando con stabilimenti produttivi in svariati paesi del mondo, incidono in maniera significativa sulle condizioni dell’ambiente.

La libertà di iniziativa economica, anche privata, dovrà conformarsi necessariamente a un interesse ulteriore, per lungo tempo trascurato e che non potrà più esserlo negli anni a venire.

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Professore a contratto di Diritto dell’ambiente